Ferito dalle schegge di granata non si ritira e continua a sparare. L’ufficiale Nino Lanza decorato due volte

Da Salvatore Di Vita - Valguarnera foto Nino LanzaLe recenti celebrazioni per il centenario della Grande Guerra hanno rievocato i tanti episodi passati alla storia come epopea d’importanti battaglie. Accanto a queste, la letteratura più recente si sta occupando delle piccole grandi vicende dei soldati: i protagonisti della guerra che nel fango e col sangue scrissero quelle pagine gloriose. Una di queste storie è quella dell’ufficiale di fanteria Nino Lanza, decorato due volte con l’argento e colpito a morte il 6 agosto del 1916 a Peuma vicino Gorizia. La struggente descrizione dell’accaduto ce la dà il fratello, lo scrittore Francesco, in una lettera all’amico Aurelio Navarria: «Mio fratello Nino, il migliore di noi, è stato ucciso. Era lui sul giornale. Non t’ingannavi … Fu la sera del 6; dinnanzi i reticolati nemici. Incitava il suo manipolo di esploratori ad avanzare, ad avanzare più e più, e si teneva allo scoperto. Una palla lo colpì al fianco e lo uccise. Lo lasciarono quattro giorni lì, fra i morti, fra il sangue, nella mischia, … Il martirio lo accompagnò anche dopo morto. Gli diedero sepoltura il dieci, a cose quete, a vittoria avuta … A guerra finita lo vorremo qui, accanto a nostro padre, nel nostro cimitero».
Nino Lanza nell’immediato ebbe sepoltura nel cimitero di Peuma. Poi, più avanti, il viaggio verso la collocazione definitiva di cui però si perdono le tracce. Negli anni l’oblio prende con sé la storia del giovane combattente, sino a quando un pronipote, Michele Lanza, decide di saperne di più. Michele cerca nel Giovanni Lanza nella tomba di Nino Lanzacimitero di Valguarnera, ma niente! Indaga con passione ne L’Albo Sacro della Patria trovandovi le prime notizie sul congiunto. Chiama i parenti lontani; rinviene una rara fotografia in cui il fratello Giovanni (di due anni più piccolo, ma più grande di Francesco) sistema una corona d’alloro sulla croce della sepoltura provvisoria. Poi telefona, scrive, interpella gli archivi di Peuma e Gorizia. Ma lì non c’è. E nemmeno a Redipuglia, né altrove. Recupera le medaglie d’argento e le motivazioni che le valsero. Già il 19 marzo Nino era stato ferito dalle schegge di una granata ma non si ritirò dalla trincea avanzata continuando a incitare i suoi e a sparare egli stesso sino a quando dovette ripiegare. Indomito, chiese di ritornare in linea dove il 6 agosto lo coglierà la morte. Senza una tomba su cui posare un fiore, la famiglia farà celebrare una messa in suffragio nel centenario della scomparsa.

Salvatore Di Vita