Il dialetto carrapipano galloitalico? «È una forzatura estranea a una visione scientifica dei fatti»

È di qualche giorno fa una notizia di stampa sulla presentazione da parte dell’on. Venturino di una proposta di legge per tutelare l’antica lingua galloitalica che sarebbe parlata nei centri ennesi di Aidone, Piazza Armerina, Nicosia, Sperlinga e Valguarnera. A molti è apparso strano che in questa minoranza linguistica sia stato inserito anche il carrapipano che viene comunemente annoverato nel gruppo dei dialetti nisseno-ennesi.
Su Facebook esiste una pagina con più di 500 iscritti che si occupa della parlata di Valguarnera: è quella delle «Lezioni di carrapipano del prof. Enzo Barnabà». Proprio al noto scrittore – che da anni ha messo la sua formazione linguistica a disposizione dei propri compaesani – abbiamo chiesto se trovasse legittimo annoverare il valguarnerese tra le parlate galloitaliche.
«È una forzatura estranea a una visione scientifica dei fatti – ci ha risposto –. Il carrapipano con il galloitalico non ha in comune né il lessico né la sintassi, ma solo una vocale, quella che i linguisti chiamano “centrale” e che troviamo, contrassegnata da un apostrofo, nella parola piazzese “mart’dì” (martedì). La fonte principale di questa erronea informazione è la voce Dialetti gallo-italici di Sicilia di wikipedia che include il valguarnerese in questo gruppo, ma non è poi in grado di fornire, come per gli altri paesi menzionati, un testo che lo dimostri.
E c’è anche una ragione storica che conferma ciò. Quando i galloitalici giunsero in Sicilia, il paese non esisteva ancora, né da essi venne creato; vi era un feudo con annesso casale i cui pochi abitanti probabilmente parlavano un dialetto di tipo assorino. Quando 5 secoli dopo i Valguarnera ottennero il privilegio di popolare la zona, il paese ebbe varie fasi di crescita tumultuosa dovuta all’afflusso di manodopera dai paesi vicini, prima per la coltivazione del grano e poi per lo zolfo. Credo sia legittimo ipotizzare che il siciliano parlato nel feudo sia stato “storpiato” (ossia, pronunciato sulla base delle proprie abitudini fonetiche) dai nuovi arrivati provenienti in buona parte dai paesi limitrofi. Da qui, la fonologia tipica del valguarnerese alla quale i gallo siculi hanno contribuito con la vocale di cui abbiamo detto e che non ha di certo modificato la natura siculo-centrale del dialetto. Ed a ulteriore riprova della scarsa conciliabilità dei vernacoli in questione, basti ricordare che nel passato, quando veniva usato il dialetto stretto, l’intercomunicazione linguistica tra i valguarneresi e i piazzesi, era tutt’altro che evidente.».

Salvatore Di Vita