Ridata visibilità ad una delle più importanti miniere d’Italia, Grottacalda.

Il tornado che l’anno scorso ha causato tanti danni nel tratto di bosco tra Floristella e Grottacalda almeno un risvolto positivo l’ha avuto. Ha ridato visibilità alla principale concentrazione di forni e calcheroni della dismessa miniera di Grottacalda. Lo si vede adesso con il completamento dei lavori di sgombero degli alberi abbattuti dal violento vortice d’aria.
Quei ruderi, assieme a quel che rimane del «Pozzo Grande», del «Santa Rosa» e dell’imponente struttura del «Mezzena», sono oggi i resti d’archeologia industriale di una delle più importanti miniere nazionali, dove l’estrazione dello zolfo iniziata sul finire del Settecento si è protratta per quasi due secoli. Al proposito esistono fonti scritte che documentano produzioni annue sin dal 1815, quando il proprietario di allora, il principe di Sant’Elia, gabellò la miniera a diversi picconieri della zona. La tecnica di quegli anni consentiva soltanto escavazioni superficiali, eseguite in maniera empirica con limitatissimo impiego di legname per l’armamento delle gallerie, tanto da causare frequenti cedimenti che seppellivano intere squadre di operai. Una delle catastrofi più gravi avvenute nelle miniere dell’epoca, si registrò nel 1848 proprio a Grottacalda con un crollo delle gallerie che provocò 20 morti.
La miniera «moderna» si sviluppa con i francesi che nel 1866 costruirono il Pozzo Grande, installandovipochi anni dopo la prima macchina a vapore per l’eduzione dell’acqua. Profondo 150 metri, il pozzo era dotato di carrello ascensore con gabbia mossa da funi d’acciaio. Sempre i francesi, nello stesso periodo realizzarono altriPozzo Mezzena Grottacalda due pozzi da cui estrarranno minerale per alcuni anni con maneggi a cavalli. Nel 1888 subentrò nella concessione l’amministrazione dell’inglese Trewhella & C – titolare in Sicilia di numerosi interessi industriali e commerciali – che affidò l’esercizio agli imprenditori Raffaele Serra di Valguarnera e al catanese Fernet. Questi realizzarono il pozzo Santa Rosa che resterà attivo con gli altri sino agli eventi bellici del 1943 e il conseguente allagamento del sotterraneo. La Montecatini, ultimo esercente dell’importante sito minerario, abbandonerà la coltivazione lasciando lo «spigolamento» (recupero di minerale dalle zone già sfruttate) delle zone alte non allagate alla «Cooperativa minatori di Grottacalda» presieduta dal valguarnerese Sebastiano Mazzucchelli e formata da 16 soci. Questi condurranno i lavori tra mille difficoltà per poi abbandonarli definitivamente il 15 maggio 1963. Questa data può essere assunta come la fine della plurisecolare attività della miniera di Grottacalda.

Salvatore Di Vita