Festa di San Giuseppe senza processione come nel 1959

San Giuseppe quest’anno a Valguarnera è passato così, in assoluta mestizia. Niente processione, niente tavolate, silenzio per le strade, nessun brulichio di gente, niente mbràcul e scalpiccio di cavalli. Nemmeno la banda e le note del «Chicchirichì» a riempire d’allegria il piazzale della chiesa dedicata al grande Patriarca. Soltanto la messa solenne, quella delle 11, celebrata a porte chiuse dal parroco Enzo Ciulo che attraverso i social ha invitato i fedeli a partecipare spiritualmente, impartendo al contempo la santa benedizione. Sono le conseguenze dell’emergenza sanitaria di quest’inizio 2020 a cui giocoforza bisogna soggiacere.
Ma non è la prima volta che san Giuseppe non esce in processione. Successe pure in un’altra occasione, quando nel 1959 i minatori di Floristella, che da oltre un mese occupavano il sottosuolo della miniera rivendicando miglioramenti salariali, costrinsero il Santo a rimanere trincerato nella sua chiesa. Beninteso, la prova di forza degli zolfatai aveva il tacito consenso di larga parte della popolazione che in un comune minerario come Valguarnera risultava assai vicina a quel mondo.
Il duro confronto tra lavoratori e amministrazione della miniera si risolse proprio con l’azione di quel 19 marzo, com’è raccontato dalle memorie di Gaetano Monaco (un fervente minatore della prima ora) raccolte nel libro «La miniera Floristella» di Michele Curcuruto.
«Alcuni operai che erano barricati nel sottosuolo della miniera avevano fatto la promessa della tavola a san Giuseppe. Ma non solo, ce n’erano diversi altri che si chiamavano Giuseppe e quindi non potevano fare a meno anche loro di sospendere l’occupazione per tornare in paese. Insomma – dice Monaco nel libro – c’era un bel numero di minatori che aveva più interesse a san Giuseppe che alla vertenza sindacale!». Ma se fossero usciti dalla miniera la forza pubblica, che già la presidiava, non li avrebbe fatti rientrare. Ed ecco allora la pensata che mediava tra le differenti esigenze e che rimase nella storia degli zolfatai di Valguarnera: soltanto quelli che si chiamavano Giuseppe e quelli che avevano promesso la tavola, uscivano per andare a far festa con i loro famigliari, dovevano però impegnarsi a non far uscire il Santo dalla chiesa e ad «organizzare per quella stessa sera una grande assemblea presso il Circolo degli Zolfatai (nella foto) alla quale avrebbero partecipato i cittadini e le autorità civili e religiose in segno di solidarietà con i minatori di Floristella».
Inoltre, «una marea urlante di donne, uomini, vecchi e bambini, giunti a Floristella chi con l’autobus, chi a piedi, chi in bicicletta, chi in motorino, chi con la mula, assediò il Palazzo» impedendo all’amministratore della miniera, che di nome faceva Giuseppe, di andarsene a Catania a festeggiare l’onomastico con la sua famiglia. «E fu così che per quell’anno 1959 san Giuseppe se ne rimase nella sua chiesa, mentre fuori il sindaco parlava alla folla facendo un bel discorso di solidarietà con i minatori in lotta».
La vertenza si concluse con la promessa dell’amministratore (che poi, a novembre, con il rinnovo del contratto, mantenne) di venire incontro alle richieste dei lavoratori, mentre il 26 marzo «pure il Santo, com’era già avvenuto per i lavoratori, usci alla luce del sole portato in processione per le vie del paese in mezzo a due ali di folla commossa che lo ringraziava per aver lottato anche lui assieme agli zolfatai asserragliati nel sottosuolo della miniera».

Salvatore Di Vita