Chiude L’Abival. Circa 50 dipendenti resteranno senza lavoro

Altra mazzata per la già martoriata economia cittadina. Anche l’industria di abiti Abival, uno dei superstiti di quello che fu il rinomato polo tessile valguarnerese, ha deciso di chiudere i battenti e di licenziare i circa 50 dipendenti. La decisione è stata comunicata lo scorso lunedì dai proprietari dell’opificio durante una riunione con le maestranze. <<Ci hanno detto che lavoreremo sino al prossimo 10 marzo , dopo diche saremmo licenziati>> . Questa la drammatica testimonianza dei lavoratori che sino adesso, assieme alla proprietà aziendale, erano riusciti a sopravvivere ai colpi del mercato globale che ha eroso il polo tessile valguarnerese che dava lavoro a centinaia di persone, sino a cancellarlo del tutto. L’Abival era una delle industrie satelliti della rinomata Giudice Confezioni, nave maestra della flotta tessile valguarnerese che nel 2013 aveva chiuso i battenti. Da allora, la famiglia Scribano, proprietaria dell’opificio, aveva deciso di non mollare e salvare il salvabile. Grazie anche all’elasticità dei lavoratori e al rapporto con le organizzazioni sindacali- ha fatto sapere la proprietà aziendale- l’Abival era riuscita a rimanere a galla e garantire circa 50 posti di lavoro. L’opificio tessile valguarnerese chiuderà i battenti per mancanza di commesse. A quanto pare, infatti, a dare il colpo di grazia e affondare l’Abival, è stato un cliente americano che da circa 4 anni garantiva circa il 70% della produzione tessile di questa azienda. Nessuna spiegazione da parte degli americani che si sono volatilizzati ed hanno mandato in frantumi i sacrifici di 50 famiglie e quelli della proprietà aziendale. Dal 2013 ad oggi, l’Abival anche tramite l’attivazione degli ammortizzatori sociali nei periodi di scarsa produzione, aveva salvaguardato i posti di lavoro. Una scelta coraggiosa rafforzata anche da chi come la famiglia Scribano questo mestiere lo fa da decenni. Ma l’esperienza, la predisposizione al sacrificio, l’alta professionalità dei lavoratori (alcuni anche con 35 anni di esperienza nel settore tessile), l’ottima fattura di abiti il cui marchio made in Italy doveva essere la garanzia assoluta, non hanno sopravvissuto alle leggi mortali di un mercato globale che non fa sconti e dove si mira a produrre lì dove la manodopera è sempre a prezzi più bassi e il rispetto delle leggi lavorative è spesso e volentieri eluso. Per Valguarnera che anche nel 2016 aveva fatto registrare un trend negativo nella popolazione residente con un flusso emigratorio sempre più alto rispetto agli anni passati, la chiusura dell’Abival pesa come un macigno. Ora occorre interrogarsi sul cosa fare per salvaguardare queste 50 famiglie, per impedire che anche loro lascino Valguarnera. Occorre farlo e farlo subito.

Arcangelo Santamaria