Lavoro

A 62 anni chiude l’attività ma l’Inps non gli eroga l’indennizzo spettante

Un commerciante valguarnerese rimane intrappolato da un paradosso tutto italico e a 62 anni si ritrova con l’attività chiusa ma senza indennizzo e senza pensione così come, invece, è previsto dalla legge. A raccontare l’incredibile storia del commerciante sono Carlo Garofalo (coordinatore provinciale dei comitati cittadini ennesi) e Totò Puglisi (responsabile provinciale delle Reti d’impresa). I due iniziano facendo una premessa: <<Il d.lgs. n. 207 del 28 marzo 1996 ha istituito un fondo (art.1) da utilizzare come indennizzo a favore di tutti quegli esercenti attività commerciali che, avendo compiuto i 62 anni di età, cessano in maniera definitiva la loro attività, consegnando la licenza, chiudendo la partita iva e cancellandosi dalla camera di commercio. Il successivo articolo 5 di detto decreto obbliga tutti i commercianti iscritti all’Inps al pagamento di contributi maggiorati di una aliquota dello 0,09% , di cui lo 0,07% da utilizzare per il finanziamento del fondo di cui all’art.1. Orbene, per l’attuale crisi economica causata dalla pandemia in atto, un commerciante ha pensato di utilizzare tale opportunità per chiudere i battenti della sua storica attività iniziata nel lontano 1984>>. A questo punto la sorpresa è stupefacente. <<L’Inps, con una sua nota, nel comunicare che la domanda di indennizzo è stata accolta, avendone i requisiti, comunica che purtroppo non può liquidare quanto spettante, in quanto manca la copertura finanziaria. Pertanto, il lavoratore autonomo, ad oggi – dicono indignati Garofalo e Puglisi- si trova con l’attività chiusa e senza indennizzo e senza reddito. Per chiarezza, l’art. 1 c. 284 della legge n. 145 del 30 dicembre 2018 prevede che l’indennizzo di cui sopra può essere liquidato in presenza di un equilibrio finanziario tra contributi e prestazioni. A questo punto ci chiediamo e rivolgiamo tale domanda ai nostri politici e al legislatore: Chi deve verificare gli equilibri finanziari? Il cittadino? E se ha l’obbligo di verifica, quali sono gli strumenti messi a disposizione del cittadino per fare questa verifica preventiva>>. Il giudizio di Garofalo e Puglisi è durissimo: <<E’ chiaro che è tutta una presa in giro o chi fa le leggi ragiona con i piedi. Avremmo potuto capire e comprendere che se il tutto è legato agli equilibri finanziari tra contributi e prestazioni, il legislatore avrebbe dovuto anche modificare la legge del 1996, prevedendo una richiesta di indennizzo preventiva e solo in caso di accoglimento della stessa, e per liquidare lo stesso indennizzo, il commerciante avrebbe dovuto cessare in modo definitivo la sua attività. Non scordiamoci che questo è il Paese degli esodati, di coloro che in una notte si trovarono da aventi diritto alla pensione a senza lavoro e senza reddito, seppure vi furono le lacrime (di coccodrillo?) del ministro dell’epoca che tanto danno ha causato ai pensionati e pensionandi italiani. Siamo veramente alle comiche. E’ come se ai lavoratori dipendenti che nei loro contributi pagano una aliquota per cassa integrazione e/o disoccupazione, domani arriva l’Inps e dice che non può liquidare le prestazioni perché manca l’equilibrio finanziario tra contributi e prestazioni. Ci rivolgiamo al ministro competente, ma anche alla deputazione ennese affinché si risolva al più presto tale inghippo e si faciliti non solo la razionalizzazione del commercio, ma soprattutto di tutti quei commercianti che stante alla crisi, potrebbero chiudere la propria attività, se in compenso possono ottenere un indennizzo, tra l’altro legittimo e previsto dalla legge>>.

Arcangelo Santamaria